Se torno con il
pensiero al giorno dei morti di quando ero
bambina, mi rivedo, a otto anni, davanti alla
tomba di mia sorella, morta giovanissima; e
rivivo l'attonito stupore davanti a quel loculo,
nella penombra dei corridoi dei colombari, nel
cimitero di un paese delle Dolomiti. Ciò che mi
sbalordiva era che mia sorella, quella con cui
giocavo e litigavo, quella che mi leggeva le
fiabe e mi insegnava a scrivere, fosse lì
dentro, dietro a quella lastra di marmo. Ricordo
anche di avere una volta toccato con la mano la
lapide; era gelida, e l'avevo ritratta con
sgomento. In casa non eravamo granché credenti,
e meno ancora praticanti. Non avevo ereditato,
dai miei, niente di più di una vaga speranza di
un aldilà; di cui essi stessi, mi pareva di
vedere nelle loro facce segnate e trasformate
dal dolore, dubitavano.
Eppure ricordo bene come in quell'angolo di
cimitero mi salisse dentro una silenziosa
ribellione: non può essere che tu davvero ora
sia semplicemente qui, dentro a una tomba. Non
ci credo, non è possibile che tu, che mi amavi,
sia ora solo povere ossa, soltanto una cosa. (E
per anni ho continuato a sognare che mia sorella
non era morta davvero, ma solo confinata in una
sorta di sanatorio, una specie di castello in
montagna, inaccessibile; in cui pure era viva, e
non ci aveva dimenticato).
In questi giorni molti portano i figli con sé
nei cimiteri, nel giorno dei morti. Forse non
tutti, giacché oggi si pensa che ai bambini si
debba nascondere la morte. Qualcuno magari si
chiede che cosa dire a un bambino, davanti alla
inesorabilità delle tombe, di quelle due date
sulle lapidi che mostrano crudelmente la nostra
finitezza. Beati quelli che sono così colmi di
una luminosa certezza, da poterla contagiare ai
figli; senza nemmeno bisogno di parole, perché
la loro fede è prima ancora nel respiro, nello
sguardo. E gli altri, quelli che desiderano
avere fede e non ne hanno abbastanza, noi,
faticosamente in cammino fra contraddizioni e
tiepidezza? Già la morte è sfida cocente per
noi; ma, che cosa diciamo ai bambini?
Il ricordo di me davanti a una tomba, e quella
muta ma forte rivolta all'idea che di mia
sorella non ci fosse più niente, mi fanno
pensare che, quanto al paradiso, i bambini
possano saperne più di noi. Che "naturaliter"
siano inclini a non credere che ciò che era vivo
diventi un nulla; che ciò che amavano possa
ridursi a cenere. Questa ipotesi, apparentemente
la più realista, contraddice violentemente una
domanda originaria che abbiamo dentro; e che i
bambini, più vicini di noi a quell'origine,
hanno chiara, non offuscata, addosso.
E quindi anche chi spera eppure dubita, chi
cerca senza ancora aver trovato, forse potrebbe,
portando con sé un figlio al cimitero nei giorni
dei morti, ascoltare l'antico bambino che ha
ancora nel fondo di sé, e lasciare che con suo
figlio parli quel bambino. Bisognerebbe dare
voce a quella infantile splendente inclinazione
che dice no, non è possibile, che chi ha vissuto
e amato sia nel nulla.
Diventata grande, un giorno ho portato con me al
cimitero il mio primo figlio, che non aveva
ancora tre anni. Me ne andavo per i viali del
Monumentale di Milano con lui per mano e a capo
chino, soggiogata dalla inesorabilità delle
tombe, di quella infinita catena di nomi con
accanto due date, e una croce. Come svagatamente
Pietro mi domandò chi erano, quei signori nelle
foto sulle lapidi. "Sono persone che sono morte,
e ora dormono", gli risposi, con un confuso
imbarazzo.
Lui non disse niente. Continuammo a camminare
per i viali, i nostri passi scricchiolanti, nel
silenzio, sulla ghiaia. Pietro guardava le facce
di uomini e donne vissuti cento anni prima. Poi
dal basso la sua voce infantile: "Dormono? E
quando si svegliano?" Come se fosse del tutto
ovvio a lui, nei suoi tre anni, che nessun sonno
è per sempre. Pensiamo sempre di essere noi, a
dover insegnare ai bambini. Ma è possibile che a
volte abbiano loro qualcosa da insegnare a noi.
Quando sono piccoli, e, ancora, portano addosso
una impronta che negli adulti il tempo e la vita
cercano di cancellare. Una memoria e una
speranza tranquilla, come del tutto naturale.
"Dormono? E quando si svegliano?" Ricordo che
abbracciai Pietro, quel giorno; e che lui
sembrava non capire il perché di quella mia
improvvisa contentezza. Ero, semplicemente,
grata: che un figlio fosse venuto, a ricordarmi
com'ero.