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Litigi tra fratelli e sorelle

La gelosia tra fratelli? Normale iI conflitto? È utile, purché serva a confrontarsi e a trovare infine un compromesso. «E i genitori non facciano i giudici ma i mediatori»

Riproduzione  parziale dal n. 114 di "Noi, genitori & figli" del 23/12/07

di Daniela Pozzoli

Fino a un attimo prima giocavano insieme e poi giù, botte da orbi, urla e pianti. E per cosa? Per decidere a chi tocca scegliere il titolo del dvd di cartoni animati da vedere insieme. In quante famiglie la pace viene distrutta così, quotidianamente, dai litigi tra fratelli, da gelosie, ripicche, piccole rivalità che non raramente spingono a passare dalle parole ai fatti? «Non spaventiamoci della rivalità. I conflitti vanno riconosciuti e affrontati, senza patemi d'animo e senza paura di ammettere che i nostri figli, a volte, se le danno di santa ragione o che magari non hanno gradito l'arrivo di un altro fratellino e sono molto gelosi. Serve a capire i limiti e sprona a superarli», spiega Roberta Giudetti, pedagogista, mamma due volte e soprattutto persona di buon senso che con il libro illustrato "Perché lui sì e io no?» ha affidato alla matita di Federica Bordoni sei storie che aiutano ad affrontare in maniera leggera i conflitti tra fratelli (Erikson, pag. 160, 15 euro).

«Sorrido tra me pensando a quante volte mi è capitato di chiedere alle mamme che incontro - racconta Giudetti -: suo figlio è geloso del fratellino? E quante volte mi sono sentita dire con troppa sicurezza: assolutamente no, loro si adorano. Ma come, insisto, mai un motivo di scontro, di confronto, di litigio? Assolutamente no. Eppure non riesco a invidiare queste mamme perché so, per esperienza professionale, che quasi mai è davvero così. I miei figli non litigano da mattina a sera, ma capita spesso che lo facciano. Diffido sempre di genitori così sicuri e mi domando perché si vergognino quando i figli mostrano di essere gelosi e negano l'evidenza. Come genitori abbiamo il compito di trasformare in positivo situazioni difficili perché da questo confronto ciascuno dei contendenti può imparare e crescere».

Già, ma esistono tra fratelli litigi "buoni", costruttivi, e conflitti negativi in cui i genitori devono intervenire? «I litigi sono sempre costruttivi se servono a confrontarsi e a trovare una mediazione tra punti di vista diversi, sono distruttivi quando non conducono a nulla e ciascuno rimane della propria idea e magari chi è più forte non ha capito quali sono le ragioni dell'altro -interviene Giuseppe Maiolo, psicologo, esperto di adolescenti e dinamiche famigliari -. Il litigio tra fratelli coinvolge le reciproche posizioni e quindi questi "confronti-scontri" hanno bisogno sempre della figura del genitore che aiuti a mediare».

Mediazione è infatti la parola chiave; insegnare a capire le ragioni dell'altro è compito di mamma e papà. Nel suo libro Roberta Giudetti sostiene di lasciar agire i due litiganti, purché non arrivino a farsi male. Però c'è un momento in cui il genitore deve diventare arbitro e "fischiare il fallo". Ma quando? «Quando la conflittualità non trova una soluzione — insiste lo psicoterapeuta —. Il genitore non deve decidere chi ha ragione e chi torto, ma cercare di far emergere le ragioni dell'uno e dell'altro e trovare insieme una soluzione. Il genitore insomma è più negoziatore e intermediario che giudice». Sentendo però l'esperienza dell'autrice non è sempre così: «Molti genitori che ho interpellato stanno alla larga dai consigli ("Gli psicologi? Mentono sempre") e difendono a oltranza il quieto vivere, l'armonia famigliare, dimenticandosi che sono loro ad avere in mano il progetto educativo dei figli. Spesso invece vedo mamme "ostaggio" dei loro bambini».

Ma il litigio tra fratelli da cosa è generato? «Nasce dalla divisione di oggetti dal possesso, ma anche dalla natura stessa - riprende Giuseppe Maiolo —. Ci sono sentimenti connaturati nell'uomo, come la gelosia (il desiderio di essere unici) e l'invidia (la sensazione di essere inferiori a un altro) che generano scontri titanici. In entrambi i casi i genitori devono comprendere che questi sentimenti esistono, che esiste una  corrente  sotterranea  di  sentimenti ambivalenti e negativi,  ma che devono essere vissuti, altrimenti producono tensione all'interno del rapporto fraterno».

 Cosa deve seminare il genitore in una giornata di calma? «Direi che non bisogna fare niente, ma "essere" genitore — sostiene  Maiolo —: modello di riferimento. I figli vanno  aiutati  a  capire  cosa significa essere fratelli,  cioè devono imparare a conoscersi e volersi bene perché non è scontato che ciò avvenga. Il genitore deve favorire questo processo di crescita dell'affettività, pena l'indifferenza tra fratelli». «Quando il genitore non ne può più deve anche poter dire basta, sono stufo, mi avete scocciato - riprende -, comunicando rabbia, frustrazione, delusione, ma senza mai venir meno alle proprie responsabilità, senza scappare, accendere la tv, disinteressarsi. Spesso, invece, anche a causa del poco tempo che passiamo a casa con i nostri figli, tentiamo di mettere la sordina ai conflitti, guardando da un'altra parte, ma così non è utile a nessuno. Altra condizione: occorre applicare delle regole. Poche ma chiare, troppe generano solo confusione. E poi prevedere anche le sanzioni, fin da piccoli. Non avete idea di quanti adolescenti si sentano disorientati e mi dicono: "Vorrei tanto che i miei mi spiegassero cosa devo o non devo fare" anche se dopo trasgrediranno. Così il legame fraterno: è un'esperienza troppo preziosa e va utilizzata perché i bambini imparino a gestire anche lo scontro più acceso e infuocato e scoprano così che si possono avere idee e posizioni diverse ma che è necessario trovare un punto di accordo e di incontro. A patto che ci siano i genitori pronti ad arginarli e a stabilire i confini    ♦